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MAMA AFRICA NON CANTA PIU' - "Acquadolce"
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MAMA AFRICA NON CANTA PIU’

12 novembre 2008

La «first lady» della musica africana, pasionaria della lotta contro tutte le ingiustizie, è morta a Castelvolturno poco dopo aver tenuto un concerto di solidarietà con lo scrittore Roberto Saviano e con i migranti africani sotto attacco nel casertano.

Non poteva che andarsene così, Miriam Makeba, ai bordi di un palco su cui aveva appena messo in scena un po’ del suo sconfinato impegno civile. Prestata la voce all’ennesima battaglia, regalata un’ultima volta la sua Pata Pata a chi una voce non ce l’ha. Una morte «naturale», coerente con il personaggio - lo sottolinea anche Mandela in coda al suo ricordo -, che mette il punto in fondo a un’esistenza infestata di canzoni e dolore, di ingiustizia e riscatto, che l’ha portata ad incarnare con grazia e passione individuali la lotta collettiva di un intero continente dentro e fuori i suoi confini, ieri come oggi.

Sudafricana come Jerry Masslo, il primo migrante vittima dello sfruttamento e della via italiana all’apartheid, ucciso vent’anni fa non lontano da Castelvolturno. Dove Makeba era arrivata soprattutto per rendere omaggio a quei sei ragazzi, erranti quanto lei, trucidati dalla camorra a due passi da quel palco che ha raccolto la sua ultima performance. Storie troppo simili a quelle di altri giovani africani che oggi non trovano pace neanche nella nazione che si vorrebbe «arcobaleno», il Sudafrica gigante economico del continente che attira verso sud quelli che non scelgono il nord per vivere la loro «clandestinità». Tutti vittime di un apartheid più subdolo di quello, mostruoso, che a Miriam Makeba ha inflitto oltre trent’anni di esilio e tante tragedie, ma non meno degno di essere combattuto con tutte le forze.
L’abbiamo rivista ieri nei tg, piazzata a panino tra le disgrazie di Goma e la gloria di Obama, bella e combattiva nel fiore degli anni, leopardata e singhiozzante mentre grida Amampondo, zigomi spiritati, fotogrammi in bianco e nero alternati alle immagini ormai macabre della sua ultima performance.
Miriam Makeba è la cantante africana più celebre di tutti i tempi, l’artista che ha mescolato le radici con il soul, l’impianto povero del kwela macinato nelle township con le luci di Broadway, i «click» che schioccano nella lingua di suo padre (xhosa, come Mandela) con la postura glamour di una donna che nel donarsi anima e corpo a una causa non ha rinunciato al sogno di diventare ricca e famosa. Poteva succedere in America, a partire dal celebre concerto tenuto davanti al presidente Kennedy, se non si fosse poi innamorata del leader delle Pantere Nere, Stokely Carmichael. Poteva funzionare in Africa, se i rovesci dei leader che l’accolsero a braccia aperte anche per ragioni di immagine non si fossero così drammaticamente ripercossi sulla sua vita. In Guinea-Conakry, doveva incarnare l’euforia e la consapevolezza post-coloniale con la sua voce e alimentare la ricerca dell’«autenticità» con le sue acconciature. Sekou Toure la utilizzò anche per i suoi scopi personali, non c’è dubbio, ma ne fece anche l’ambasciatrice all’Onu che il Sudafrica meno desiderava. Che ci fosse da assecondare gli eccessi alla corte di Haile Selassié o di cantare con Paul Simon a Harare, lei non si è mai risparmiata, perché in ogni caso lo scopo era quello di abbattere il regime dell’apartheid.Il fatto che in queste pagine le sue canzoni ricevono meno attenzione di quanta ne meriterebbero deriva proprio dalle implicazioni geo-politiche che il suo esilio errabondo ha potuto innescare. E dal fatto che oggi, tre anni dopo il suo presunto ritiro dalle scene, era a Castelvolturno per cantare contro la camorra. Un finale imprevisto per la storia raccontata da lei stessa in viva voce, in tutta la sua portata tragica, nell’autobiografia My Story, tradotta e introdotta da Maria Antonietta Saracino per i lettori italiani (Miriam Makeba - La mia storia, ed. Lavoro 1989).
Negli ultimi tempi sembrava imprigionata in un ruolo e in un repertorio, Malaika e Pata Pata, che oltre a precluderle nuovi stimoli creativi finivano per soffocare quel suo eterno e sempre urgente bisogno di trovare un punto di equilibrio, di stare in pace con se stessa. Il ruolo di ambasciatrice della Fao (ultima campagna, la lotta contro l’Aids al fianco delle donne di Kinshasa) a spezzare una routine di ingaggi e di serate - nel casinò di Campione piuttosto che nelle rassegne estive - indispensabili per bilanciare galà d’impegno civile e beneficenze varie... Poi il legame con la sua terra, prima ancora di tornare a casa dopo la liberazione di Mandela, che passa per il territorio degli antenati e degli spiriti amadlozi. È il riavvicinamento alla madre isangoma, un po’ medium e un po’ guaritrice, che cura anche i rimorsi per la scomparsa della sua unica figlia, Bongi. E le risvela una dimensione intimamente africana della fine, «dove le cose cominciano e finiscono, ma non muoiono mai».

Marco Boccitto, Il Manifesto

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