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Gli scarti DI PADOVA - "Acquadolce"
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RIFIUTI UMANI

Gli scarti DI PADOVA

15 luglio 2008

Le testimonianza choc delle impiegate della Star Recycling: «Potevamo mangiare solo al cesso, con la puzza di escrementi. Poi sempre a lavorare, a testa bassa sui rifiuti». Tra resti ospedalieri, gatti e cani morti e avanzi di cibo. Gli infortuni fatti passare per incidenti, le buste paga «gonfiate». E chi si ribellava veniva licenziato MIGRANTI E SCHIAVE, PARLANO I «RIFIUTI UMANI» DEL NORD-EST

Hasana, 25 anni, marocchina, sbarra gli occhi mentre spiega: «Potevamo mangiare soltanto al cesso. Un quarto d’ora di pausa. Con la puzza di escrementi sotto il naso. Poi bisognava di nuovo tornare a lavorare, sempre a testa bassa sui rifiuti».
Parlano le «schiave» della Star Recycling, che dentro il capannone di Corso Francia sono state «liberate» venerdì a beneficio di telecamere, fotografi e sindacalisti della Cgil. All’inizio non avevano capito tutta quell’improvvisa confusione. Poi hanno applaudito, tutte insieme. Finalmente, qualcuno si era accorto di loro.
Padova, cuore del Nord Est del «miracolo» economico, si è scoperta così simile ad un angolo di baraccopoli di Korogocho in Kenya. La zona industriale fiore all’occhiello delle istituzioni nascondeva le donne magrebine piegate in ginocchio sui rifiuti da separare. Hasana è una delle venticinque donne, con i pantaloni fosforescenti e il velo in testa, che si guadagnano da vivere con la «monnezza». L’iniziativa di Rifondazione comunista e Workers in Action ha rivelato l’ordinaria condizione di lavoro delle operaie della cooperativa Centro Lavoro.
Con Hasana, nei quattromila metri quadri del capannone, c’era anche Nadin, 40 anni, una figlia piccola. Anche lei è marocchina, da quattro anni «impiegata» nelle colline di spazzatura. Obbligata, come la collega, a lavorare 8 ore al giorno sotto la canicola per 800 euro al mese. Unica protezione: un paio di guanti da giardino e una mascherina antismog alla settimana.
«Alla Star Recycling i camion scaricavano di tutto: ci costringevano a separare i materiali da riciclare che però erano in mezzo a resti di galline, gatti e cani morti, perfino avanzi della macellazione. Ho ancora in mente i quintali di rifiuti ospedalieri che ci facevano separare: mucchi di siringe e garze usate, ancora sporche di sangue - rivela Nadin - Avevamo paura del contagio, ma la cooperativa Centro Lavoro non voleva sentire ragioni: ci diceva "o lavori così oppure te ne stai a casa tua". E non avevamo alternative, visto che i soldi ci servivano. In Marocco tutte abbiamo figli e parenti da mantenere. Però nessuna di noi, durante il lavoro, poteva credere che fosse possibile guadagnarsi la giornata in simili condizioni».
Come se non bastasse, alle mansioni pericolose si affiancavano le operazioni di cammuffamento degli infortuni sul lavoro. «Quando mi sono rotta la gamba destra un responsabile della cooperativa mi ha voluta accompagnare personalmente fino al pronto soccorso. Ho pensato che fosse una normale prassi di soccorso, una forma di tutela per i lavoratori. Poi ho capito che aveva detto ai medici che ero scivolata dalle scale, accidentalmente», racconta Shirin, 36 anni, originaria di Casablanca.
Episodi più che significativi, utili a completare un quadro di per sé eloquente. Star Recycling rappresenta davvero l’altra faccia del lavoro in una regione a tasso di disoccupazione fisiologico, ma anche la fotografia del Veneto produttivo che poi tratta i rifiuti come le lavoratrici migranti. Eppure, nessuno ha voluto solidarizzare con il blitz dell’assessore Daniela Ruffini: in Comune tutti concentrati sulla «circolare Brunetta» che l’assessore Marco Carrai ha girato a tutti i dipendenti. Dal Consorzio Zip, finora, nessuna presa di posizione ufficiale. Anche dalla Provincia nessuna reazione da parte degli amministratori.
Eppure, venerdì in Corso Francia tutti hanno potuto constatare il clima. Un «fortino» controllato e protetto da ogni sguardo indiscreto. Un uomo al volante di un Suv pronto a inveire e perfino a «sequestrare» la cronista di una televisione locale. Un «capo» che ha fatto di tutto per testimoniare il fastidio nei confronti del sindacato, delle bandiere rosse, della curiosità dei cronisti. I racconti delle lavoratrici servono a rafforzare la necessità di un immediato intervento della prefettura a tutela dei più elementari diritti (umani) all’interno dei luoghi di lavoro.
Diritti puntualmente elusi, svela ancora Hasana, da poco infortunata al piede. «Ho scoperto che il mio incidente non era stato denunciato all’Inail solo quando ho voluto chiamare di persona la previdenza. "Non ci risulta", hanno detto. All’inizio pensavo a un errore, in realtà il datore di lavoro non si era nemmeno degnato di segnalare il mio caso alle autorità competenti». A questo si aggiungono le buste paga «gonfiate» a dismisura. Un’altra anomalia che dovrebbe far riflettere su come all’interno della Star recycling sono concepiti i rapporti con chi lavora fra i cumuli di rifiuti. La testimonianza di una delle dirette interessate parla da sola: «Sulla carta, tutte le operaie prendevano 1.300 euro al mese, ma in realtà il Centro lavoro ne erogava appena 800 - precisa Shirin - Ci spiegavano che la differenza era giustificata dalla nostra condizione di soci, diversa dai normali dipendenti. Questa la spiegazione. A noi restavano i soldi che non coincidevano con la paga ufficiale».
Soci, pronti a condividere anche le eventuali perdite della cooperativa. Mai i guadagni, nonostante i fatturati milionari della Star Recycling. Anzi, le lavoratrici magrebine «scoperte» all’interno del capannone erano perfino costrette a pagare i contributi per importi superiori a quelli incassati. Nella ricicleria in corso Francia non c’erano soldi nemmeno per riparare le due docce. Una per le venticinque donne, l’altra per i cinque uomini. «Tornavamo a casa sporche come i cumuli di rifiuti che avevamo appena lavorato - spiegano le immigrate - Spesso i nostri familiari ci facevano storie. Non volevano che salissimo in macchina in quelle condizioni perché lordavamo la tappezzeria. L’ennesima umiliazione, al termine di una giornata di duro lavoro in condizioni altrettanto vergognose».
Sarebbe bastato rimettere in sesto il vecchio nastro trasportatore bruciato con mezzo capannone il 10 maggio scorso. Una misura semplice, tutt’altro che impossibile anche dal punto di vista economico. Un conto è separare il materiale riutilizzabile stando in piedi; ben altro doversi piegare in ginocchio e dover frugare per terra fra i rifiuti indistinti. Tuttavia, nemmeno prima dell’incendio (tutt’altro che senza conseguenze, almeno dal punto di vista degli accertamenti invocati da più parti) la situazione era convincente.
«Non c’era una grossa differenza di trattamento prima dell’incendio. Ci offendevano e ci gridavano di fare in fretta, proprio come succede adesso. Certo, almeno il nastro funzionava. Evitava di restare chinate per otto ore sui cumuli di rifiuti speciali», spiega un’altra lavoratrice. E pensare che quello stipulato il 16 maggio tra la Star Recycling e la Cgil era considerato un protocollo futuristico. Un modello per tutte le aziende del settore. L’accordo prevedeva il ripristino delle più elementari norme di sicurezza e anche il ricorso agli ammortizzatori sociali, in caso di esubero della manodopera: «Le parti concordano di attivare la cassa integrazione per un periodo di 90 giorni», avevano stabilito riciclatori e sindacati.
Ma Samuel Giovanni Piazza, amministratore delegato della Star Reciclyng, posto il sigillo ha prontamente innestato la retromarcia. Con la chiamata individuale al lavoro prima del necessario riatto dello stabile in corso Francia. «Una bella fregatura per i lavoratori della fabbrica - spiega Paolo Benvegnù, coordinatore provinciale di Rifondazione comunista - il ritorno volontario al lavoro ha permesso all’azienda di aggirare l’accordo faticosamente composto dai compagni della Filt».
Domani sindacato e prefettura si dovranno attivare per riportare nel quadro della legalità il caso della Korogocho alla padovana. Tra gli obiettivi della Cgil quello della piena assunzione delle «schiave» magrebine, direttamente dalla Star Recycling, senza passare per la lunga filiera delle cooperative che scaricano il profitto sull’ultimo anello della catena. Il tutto condito dal fondamentale passaggio del nuovo inquadramento delle dipendenti: da semplici «facchine» le lavoratrici della Star Recycling dovranno trasformarsi in «operatrici igienico-ambientali». Un salto di stipendio non indifferente, quasi il doppio in busta paga, come le colleghe del centro riciclo di Vedelago, in provincia di Treviso. Per il resto, la delusione traspare nitida dal racconto delle donne magrebine. «Perché quello che credevamo essere il primo mondo in realtà è il terzo mondo - commenta amaramente Shirin - Pensavamo che l’Italia fosse la patria del diritto e della legalità, ma qui è peggio che a casa nostra. Da noi queste cose non succedono. Quanto meno, non alla luce del sole».
Adesso le venti facchine della Star Recycling aspettano le mosse dell’ispettorato del lavoro, negli ultimi quattro anni non ha mai messo piede nella «fabbrica» della monnezza. Rimane l’ansia per la prevedibile rappresaglia. Hanno trovato il coraggio di parlare ma sanno che verranno punite. «Chi si lamenta viene subito licenziato, da anni questa è la normalità», avvertono le lavoratrici. Che ricordano il caso di una collega semiaccecata dalle minute pagliuzze di metallo che gravitano nel capannone. «L’hanno pregata nemmeno troppo gentilmente di accomodarsi fuori dai cancelli. Se non ce la fai a lavorare non farti più vedere, le hanno detto».

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