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I paladini DELLA GREEN ECONOMY - "Acquadolce"
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AL MERCATO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

I paladini DELLA GREEN ECONOMY

9 agosto 2009

Studiosi e «opinion maker» scoprono l’effetto serra e la distruzione delle risorse naturali come la frontiera per salvare il capitalismo dagli eccessi del mercato. E propongono intervento statale e un cambiamento radicale negli stili di vita. Ma c’è anche chi invoca la giustizia ambientale per cancellare le diseguaglianze sociali. Un sentiero di lettura sulla «nuova ecologia» messa a confronto con la crisi economica

Riscaldamento climatico, inquinamento marino e dell’aria, smaltimento dei rifiuti. I problemi legati all’ecologia non solo sono diventati luoghi comuni, ma sempre più influenzano la vita di tutti. Così tra ritmi stagionali che sembrano impazzire, stravolgimenti del territorio, limitazioni del traffico nelle città, spiagge non più frequentabili, rifiuti accumulati agli angoli delle strade, con disagi ancora più gravi per chi vive nei pressi di discariche o inceneritori, le abitudini quotidiane si modificano, per non parlare dei danni alla salute che tutto ciò comporta e della sensazione di fine del mondo sempre più diffusa.
In tempi di crisi economica, poi, quando il capitalismo neoliberista sembra mostrare la corda, all’improvviso tutti si scoprono attenti ai problemi ambientali e da più parti si sostiene che una crisi globale come quella attuale può, in realtà, rappresentare un’occasione: si tratta solo di coniugare l’economia con l’ecologia. In questo modo si potrà uscire dalla crisi e salvare l’attuale stile di vita, rendendolo solo un po’ più ecologico. Via allora ad espressioni come «sviluppo sostenibile», «rivoluzione verde», «nuova ecologia politica».

I dittatori del petrolio

C’è anche chi, proprio partendo dall’analisi della situazione ambientale ed economica, si schiera per cambiamenti profondi che modifichino alla radice l’attuale sistema socio-economico. Sembrerebbe quasi, insomma, che nell’ambito dell’analisi della situazione dal punto di vista economico ed ecologico, vadano prendendo slancio due tendenze analitiche e politiche che richiamano alla mente la classica distinzione tra riformisti e rivoluzionari, dove i primi tendono a mantenere con alcune correzioni la struttura capitalistica attualmente in auge, mentre i secondi propugnano una fuoriuscita dal neoliberismo in nome di un altro tipo di società.
Appartiene senza dubbio al campo riformista un libro come Caldo, piatto e affollato di Thomas L. Friedman (Mondadori, pp. 535, euro 22). Editorialista del «New York Times», vincitore tre volte del premio Pulitzer, Friedman offre una descrizione chiara, di taglio giornalistico della situazione e delle sue ricette per uscirne. Si parte da una constatazione: viviamo in un mondo in cui il surriscaldamento climatico è una realtà, in cui ovunque si è affermato il medesimo stile di vita a discapito delle diversità culturali e ambientali, in cui la crescita demografica appare inarrestabile. Si continua mettendo a fuoco i cinque problemi chiave con cui misurarsi, ovvero la domanda crescente di forniture energetiche e risorse naturali sempre più scarse, il trasferimento di ricchezze ai paesi produttori di petrolio e ai loro «petrodittatori», la penuria energetica che oppone chi ha energia in abbondanza e chi ne è a corto, il mutamento climatico, la perdita di biodiversità. Si tratta allora di affrontare tali problematiche adottando quello che Friedman chiama «codice verde», ovvero da un lato di utilizzare in modo massiccio, sviluppandole ulteriormente, quelle tecnologie, come l’eolico e il solare, che garantiscono energia pulita, dall’altro premere per un deciso intervento governativo che impiegando sia la leva fiscale, con sgravi e incentivi, sia quella legislativa, elevando i limiti in materia di emissioni inquinanti, funzioni da stimolo potente per quella che dovrebbe apparire come una «rivoluzione verde».

La morale della frugalità

Certo, si tratta di affrontare la decisa opposizione di gruppi potenti, come la lobby del petrolio, e di adottare provvedimenti fortemente impopolari, almeno sul breve periodo, ma interventi del genere non possono essere rinviati. Il problema è che non si capisce appieno come sia possibile un tale cambiamento, senza modifiche radicali dell’intero sistema socio-economico. Sembra, insomma, che le istanze propugnate dall’autore si basino più sulla necessità morale che sull’analisi realistica dei rapporti concreti all’interno del sistema socio-economico. Del resto che tutto debba avvenire all’interno di un’ottica comunque di conservazione del capitalismo appare chiarissimo anche dalla citazione riportata da Friedman della famosa sentenza del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
La morale è anche al centro del testo di Jean-Paul Fitoussi ed Éloi Laurent, intitolato La nuova ecologia politica. Economia e sviluppo umano (Feltrinelli, pp. 124, euro 14). Fin dall’inizio, infatti, gli autori affermano che «la questione etica si trova al centro dei problemi economici». Si schierano, inoltre, contro il paradigma economico della regolazione interna - secondo il quale il mercato, tramite la libera interazione di liberi attori, ritorna sempre in uno stato di equilibrio ottimale - per quello della regolazione esterna: «il corretto funzionamento dell’economia di mercato non è concepibile senza l’intervento di un agente esterno - il potere pubblico -, in quanto l’ordine economico e sociale scaturisce da un complesso equilibrio tra decisioni individuali e decisioni collettive». Inoltre, partendo da una disamina di alcune delle principali teorie economiche - da Smith e Ricardo fino a Mill, Keynes, Georgescu-Roegen, Sen - Fitoussi e Laurent delineano i caratteri fondamentali di una «economia veramente dinamica», un sistema aperto e non chiuso, cioè, in cui la scarsità prodotta dall’inesorabile legge dell’entropia possa essere contrastata dal ritardo, ossia differendo nel tempo consumi o godimenti materiali, approfittando del progresso tecnico e delle conoscenze accumulate in questo periodo di tempo.

La scelta di Latouche

Naturalmente, occorrerà investire nell’istruzione e nella ricerca per sfruttare il tempo guadagnato e impegnarsi a fondo nella difesa dell’ambiente. La nozione di ritardo dovrà così essere considerata come «un bene pubblico prodotto dai governi e attuato da sistemi di incentivazione adeguati alle scelte di lungo termine» e, in questo senso, tale nozione «può esistere soltanto nel tempo lungo della democrazia». Una democrazia che, sulla scorta di John Rawls e Amartya Sen, viene quasi a coincidere con la giustizia sociale e viene definita come «il regime che mira a ripartire nel modo più equo i beni primari e a correggere per quanto possibile le ineguaglianze di capacità».
Uno sguardo sulle varie posizioni che analizano crisi economica ed ecologia sarebbe incompleto senza quella teoria della decrescita, propugnata da Serge Latouche, che ha avuto per i suoi tratti di novità ampia risonanza e di cui il manifesto si è occupato più volte. È di recente uscito un interessante libretto di Latouche intitolato Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana (Dedalo, Bari, 2009, pagg. 124, euro 14) che raccoglie vari scritti d’occasione degli ultimi anni incentrati sul continente africano. L’interesse del testo risiede, innanzi tutto, nel suo mettere a nudo, in maniera chiara e comprensibile, le radici, i fondamenti proprio d’origine africana a cui l’autore si è ispirato per costruire la propria teoria della decrescita serena.
Emergono, così, dalle pagine del libro l’opposizione tra la «razionalità» occidentale e la «ragionevolezza» africana o i contrasti e le differenze che dividono l’Africa delle élites, quella ufficiale, preda di modelli e prodotti imposti dal mercato globale e l’altra Africa, quella abbandonata, dei poveri, ma in grado di resistere e di sopravvivere grazie all’economia neoclanica, alla logica del dono, alla solidarietà. Ed emergono, soprattutto, i protagonisti concreti di questa economia vernacolare, le donne, gli artigiani, i contadini che hanno costruito queso stile di vita resistente e alternativo al neocapitalismo che, secondo i sostenitori della decrescita, può rappresentare l’unica via per salvare il mondo. Se Latouche, per la sua tensione a un radicale mutamento del sistema socio-economico, è da annoverarsi tra i «rivoluzionari», allo stesso campo appartiene, e con venature più marcate, un testo come Ecologia dei poveri. La lotta per la giustizia ambientale di Joan Martìnez Alier (Jaca Book, pp. 423, euro 38).
Libro materialista, secondo la stessa definizione dell’autore, Ecologia dei poveri è un testo incentrato sul conflitto: conflitto tra ecologia ed economia, ma soprattutto conflitto tra gruppi sociali, conflitto tra linguaggi diversi. Così Alier definisce la nozione di economia ecologica come lo studio dello «scontro ineluttabile tra espansione economica e conservazione dell’ambiente» e delle sue forme. Allo stesso modo l’ecologia politica non sarebbe altro che quel campo interdisciplinare di studi incentrato sull’analisi dei «conflitti ecologici distributivi».

L’etica del conflitto

Il libro non è per niente un arido manuale di teoria, anzi. Si parte dalla distinzione tra le principali correnti ambientaliste: quella della wilderness, volta sostanzialmente a «preservare e mantenere ciò che resa degli spazi naturali integri rimasti fuori dal mercato»; quella dell’ecoefficienza, che crede nello «sviluppo sostenibile», nella «modernizzazione ecologica», nel «buon uso» delle risorse; e infine una terza corrente, chiamata «giustizia ambientale», oppure «ecologismo popolare» o ancora «ecologismo dei poveri». Quest’ultima mostra non «una reverenza sacra per la natura, bensì un interesse materiale per l’ambiente come fonte e condizione di sostentamento; non tanto una preoccupazione per i diritti delle altre specie e le generazioni umane future, bensì per gli umani poveri di oggi... La sua etica nasce da una domanda di giustizia sociale tra esseri umani, oggi».
Tale corrente è al centro dell’analisi del libro che, con scrittura agile e chiara, si addentra nel racconto di vari conflitti in varie parti del mondo, cogliendone le implicazioni teoriche, le strategie, soprattutto linguistiche ma non solo, utilizzate, le forme di lotta. Insomma, si parte dall’analisi delle lotte per poter cogliere la teoria generale. Così, attraverso le storie legate alla protezione delle mangrovie contro l’industria dei gamberi, alla resistenza contro le dighe, ai movimenti contro lo sfruttamento di gas e petrolio in aree tropicali, ai conflitti per la salute e la sicurezza sul lavoro, alle lotte ambientali urbane sull’uso del suolo, sull’accesso all’acqua o contro certe forme di smaltimento dei rifiuti, e tanti altri racconti di resistenze e lotte, Alier raggiunge appieno l’obiettivo che si era prefissato con il suo libro, ovvero osservare da vicino «la crescita di un movimento globale per la giustizia ambientale che potrebbe condurre l’economia verso l’adeguamento ecologico e la giustizia sociale».

Mario Trotta Il Manifesto 8 agosto 2009 pag.11

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