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La banalità del razzismo - "Acquadolce"
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TERRA DI NETTUNO

La banalità del razzismo

4 febbraio 2009

Il rogo del clochard di Nettuno derubricato da gesto xenofobo a sintomo di «disagio», Maroni che spara agli immigrati. E oggi il pacchetto sicurezza va al voto finale: tra le tante cose, i medici saranno costretti a segnalare alla polizia i clandestini. E l’Italia sarà un po’ più razzista

Fremono di una strana euforia, le comitive di giovani e giovanissimi che alle cinque del pomeriggio affollano come ogni domenica il lungomare Matteotti di Nettuno. Sono passate poco più di dodici ore dall’inquietante episodio che ha acceso i riflettori italiani su questa anonima cittadina abituata, al massimo, alla presenza di qualche vip nei dintorni del porto turistico. Ciò che esalta è l’inaspettata ribalta regalata da tre loro coetanei e compaesani che durante la notte passata hanno dato fuoco «per divertimento» al corpo di un uomo - barbone, indiano - trovatosi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma la parola razzismo qui non trova accoglienza, è tabù. Quando le centinaia di persone che in poche ore si sono raccolte davanti al Municipio, dandosi appuntamento tramite sms e Facebook, per un sit-in antirazzista di solidarietà con Singh Navte - l’uomo aggredito e ricoverato in gravi condizioni al sant’Eugenio di Roma - decidono di dare vita a un corteo che attraversi la città, l’anima buia di Nettuno emerge in tutta la sua evidenza. «Hanno fatto bene!», «Quello doveva mori’», «Comunisti di merda», sono le frasi più carine pronunciate da alcuni "pischelli" all’indirizzo dei manifestanti. Ma non sono soli, gli "strani" semmai sono gli altri, quelli che urlano «Qui nessuno è clandestino» e «Nettuno è antirazzista e antifascista». Sanno, i ragazzotti, di non essere fuori dal coro, che il loro odio è scritto nel "senso comune" delle cose. A Nettuno come nel resto d’Italia.
La pronta mobilitazione di quelle centinaia di antirazzisti, forse un migliaio, in una cittadina che conta poco più di 40 mila abitanti, non va certo sottovalutata. Ma è difficile condividere l’ottimismo del giovane sindaco Alessio Chiavetta (Pd), delle istituzioni locali e delle forze dell’ordine che parlano di «atto estraneo alla cultura della città», o di «bravata» compiuta da tre ragazzotti che volevano concludere "in bellezza" una notte di sballo e divertimento. «Non ingigantirei l’episodio, non credo sia un problema di razzismo - assicura il vicesindaco, ex margherita, Alberto Andolfi - probabilmente è stata una bravata: dobbiamo considerare anche che le violenze sessuali di Roma e Guidonia possono aver stimolato la fantasia di qualche cretino che sotto gli effetti di sostanze si improvvisa giustiziere». Ecco, appunto, gli stupefacenti. Come il razzismo e l’odio per il "diverso", anche il proibizionismo che dipinge le droghe come il Grande Male, il diavolo che trasforma in mostri le persone normali, è diventato parte di quel "senso comune", un "valore" in cui credere. Un altro modo per eludere le responsabilità individuali.
Anche lungo il breve percorso della manifestazione che arriva fino alla stazione Fs, dove nella notte è avvenuta l’aggressione razzista, non è difficile cogliere espressioni e frasi di disapprovazione contro «’sti comunisti». Più facile invece sentirsi dire: «Un episodio increscioso, sì, ma non se ne può più di questi immigrati che violentano, spacciano, rubano». Poco dopo e poco più in là, al "muretto" vicino al porto turistico, frequentato soprattutto da ragazzi di estrema destra, si ripete tra una canna e l’altra lo sproloquio razzista, perfino davanti alle telecamere. Gli immigrati? «Ingombrano», «Danno fastidio, anche a vederli». Ma il punto non è la militanza o meno nelle organizzazioni di estrema destra, che pure a Nettuno sono presenti e attive. La voce della sirena proviene semmai da quel carosello di Bmw, messe in mano a poco più che adolescenti, che anima le serate sul lungomare, la cocaina che scorre a fiumi e i soldi della ’ndrangheta che a Nettuno si è guadagnata l’autonomia rispetto alla madrepatria Calabria (la giunta comunale di centrodestra fu sciolta per infiltrazioni mafiose nel novembre 2005. Dopo due anni e mezzo di commissariamento straordinario e dopo un decennio di giunte di centrodestra, dall’aprile 2008 il governo locale è passato al Pd).
Khaled, ma il nome è di fantasia, è un muratore tunisino che vive da 15 anni in Italia e risiede a Nettuno. Sfila assieme ad altri immigrati - dietro allo striscione «Ma quale pacchetto sicurezza, cittadinanza per tutti» - alle associazioni locali Soweto e Ibis, all’Anpi, a Rifondazione, ai Verdi, al Pdci e a tanti cittadini comuni. Khaled conosce alcuni di quei ragazzotti che hanno inveito poco prima contro il corteo: «Molti di loro vivono nelle case popolari, li ho visti nelle vicinanze di cantieri dove mi è capitato di lavorare. Qualche mese fa mi hanno aggredito, mentre passavo col motorino: mi hanno lanciato degli oggetti contro, urlandomi frasi razziste - racconta - ma io il giorno dopo sono andato a parlarci, da solo. Gli ho spiegato che sono un lavoratore onesto e che non devono prendersela con me. Da allora mi hanno lasciato in pace». È vero che finora un atto di tale violenza non si era mai verificato nell’area, e che gli immigrati - circa l’8% della popolazione locale, una decina di migliaia in tutta la zona che va da Ardea a Nettuno - in prevalenza indiani sikh, particolarmente bravi nell’allevamento dei bovini, convivono pacificamente con il resto della popolazione. Ma allo sportello dell’associazione interetnica Pontum, che supporta circa mille immigrati l’anno, di storie ne hanno sentite tante. «L’anno scorso - racconta Mario Contini, presidente di Pontum - c’è stata un’aggressione a un ragazzo indiano che lavora come benzinaio, un lancio di uova contro un internet point gestito da bengalesi nel centro di Nettuno, e poche settimane fa una ragazzina di 15 anni cubana che ha lamentato atti di bullismo a scuola a sfondo razzista». Nessuno, o quasi, denuncia. Come fosse un pegno da pagare per l’"integrazione".
Ma chi ha sfilato domenica in solidarietà a Singh e alla comunità indiana, costituendo seduta stante l’Assemblea permanente antirazzista, si può ritenere abbastanza soddisfatto: «Stasera - commenta Valerio Bruni, segretario del Prc di Nettuno - la città ha saputo dare una risposta democratica e antifascista. C’è bisogno però di cultura e di creare spazi sociali di aggregazione per i giovani». Intanto immigrati e antirazzisti stanno preparando altri momenti di mobilitazione. Già ieri sera, la comunità indiana di Sabaudia si è spostata addirittura con autobus per partecipare alla puntata di Chi l’ha visto? in diretta dalla stazione Fs di Nettuno. E nello stesso luogo ha dato appuntamento per il 5 febbraio l’associazione Dhuumcatu. Oggi pomeriggio invece l’appuntamento è alle 17,30 al municipio per assistere al consiglio comunale straordinario durante il quale si voterà un odg di condanna dell’aggressione. In prospettiva di una grande manifestazione regionale. Perché, spiega in un comunicato l’Assemblea antirazzista, il «vero mandante morale di quel gesto infame» è «chi fomenta questo clima d’odio, chi fa proclami contro gli immigrati senza permesso di soggiorno, chi vuole l’abbattimento delle moschee, chi guadagna capitali sulle spalle del lavoro dei migranti senza diritti». In realtà per i tre aggressori un barbone valeva l’altro, non cercavano necessariamente immigrati, ci voleva solo una "non persona" qualunque.

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