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Cresce la decrescita - "Acquadolce"
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Cresce la decrescita

30 novembre 2009

La prima ricerca nazionale sull’altra economia raccoglie dati su biologico, commercio equo, finanza solidale, riciclo, software libero ed energie rinnovabili. Vi chiediamo di commentare la ricerca [la cui versione completa è su www.obi-one.eu] scrivendo a carta@carta.org.
Qui di seguito trovate un’ampia sintesi di una ricerca sull’altra economia commissionata da Aiab e Regione Lazio ne e realizzata dalla società Obi-one, e pubblicata sul numero 38/09 di Carta, con il titolo in copertina «Cresce la decrescita» [gli altri articoli di quel servizio sono leggibili attraverso i link a lato in questa pagina]. Scrivono oggi quelli di Obi-One: «Saremmo molto interessati alla possibilità di approfondire le nostre ricerche anche e soprattutto attraverso il confronto e, magari, a costruire nuove ‘alleanze’ con tutti coloro che seguono gli argomenti a noi cari, anche se da punti di vista differenti dal nostro. Chi avesse pertanto voglia di comunicare i propri commenti al nostro rapporto può scrivere a carta@carta.org.
La foto è mossa e sfocata. Al centro dell’«immagine» c’è quella che molti chiamano altra economia, altri economia solidale o sociale, altri ancora decrescita: alludono in parte ad esperienze differenti, ma sono tutti tentativi più o meno radicali e credibili di pensare una società e un’economia diverse da quelle disegnate dal liberismo. In questa foto, ciò che distingue l’economia del «buen vivir», come preferiscono chiamarla in America latina, dal resto non è sempre chiaro: i limiti e le contraddizioni dell’altra economia non vengono eliminati, ma certo la «Prima ricerca nazonale sull’altra economia in Italia», realizzata dalla società di ricerche e consulenze Obi-One www.obi-one.eu, fotografa un cambiamento enorme.
Per misurare le dimensioni di questa economia la ricerca ha preso in considerazione due universi: le imprese industriali o dei servizi la cui attività è coerente con i settori dell’altra economia; le organizzazioni non profit che hanno caratteristiche economiche significative [le cui entrate cioè sono di almeno 50 mila euro]. I settori economici messi sotto osservazione, attraverso diverse fonti relative a dati degli ultimi dieci anni [aggiornati al 2007 e in alcuni casi al 2008], sono l’agricoltura biologica, il commercio equo e solidale, la finanza etica e il credito cooperativo, le energie rinnovabili, il riuso e riciclo dei materiali, il software libero.
Secondo Obi-One sono più di 167 mila le imprese dell’altra economia, e danno lavoro a 1,4 milioni di persone, ai quali si affiancano 660 mila volontari.Le pagine ecomiche dei «grandi» media direbbero che l’economia sociale incide gia? per quasi il 4 per cento sul Pil ed è in costante crescita.
A rendere «sfocata» questa fotografia sono però alcune scelte, a cominciare dall’interpretazione ampia dell’idea di altra economia. Cosa c’entrano le imprese industriali che lavorano nel campo delle energie rinnovabili o del riciclo, oppure la Spa di informatica che hanno intuito il business dell’open source e che in buona parte non sembrano pronte a
liberarsi delle logiche sviluppiste? Secondo Lorenzo Vinci, uno dei responsabili della ricerca, un’interpretazione ampia aiuta meglio a orientarsi in un contesto di grande cambiamento, «consapevoli che l’altra economia non è necessariamente l’economia non profit e neanche quella cooperativa, così come non è soltanto l’economia ambientale». Insomma, alcuni principi di economia antiliberista, «quella che mette al centro le persone e l’ambiente in cui vivono, e non la massimizzazione del profitto», hanno già contaminato pezzi importanti di econimia «profit». «Se a un piccolo imprenditore con trenta dipendenti parli di non profit o di altra economia – dice Lorenzo – comincia a sbuffare. Se invece a dieci di loro parli di rispetto delle persone e dell’ambiente, ti accorgi che sette-otto ti ascoltano». Del resto, l’obiettivo di questa indagine, scrivono i ricercatori, è favorire, l’emersione di tutte «le contraddizioni del modo di produrre, di consumare e di vendere che oggi dominano il mercato. In fin dei conti, cioè è appena accaduto in finanza».
Vale la pena osservare più da vicino alcuni dei settori analizzati dalla ricerca, che dimostrano come l’altra economia nel breve periodo non sarà la soluzione alla catastrofe della crisi, ma di sicuro uno spazio di sperimentazione che produce nuovi immaginari, impensabile solo pochi anni fa.
L’agricoltura biologica in Italia, ad esempio, ha registrato una crescita esponenziale a partire degli anni novanta sia in termini di superfici che di numero di operatori coinvolti. Secondo gli ultimi dati del Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica realizzato dal ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, il numero di operatori complessivo è di 49.654, di cui 42.037 produttori, 5.047 preparatori [comprese le aziende che effettuano attività di vendita al dettaglio], 2.324 che effettuano sia attività di produzione che di trasformazione; 51 importatori esclusivi; 195 importatori che effettuano anche attivita? di produzione o trasformazione. La superficie biologica coltivata nel 2008 risulta pari a 1.002.414 ettari. A livello europeo, l’Italia è il primo paese per numero delle imprese e il secondo, dopo la Spagna, per superficie coltivata. La distribuzione degli operatori sul territorio nazionale vede Sicilia e Calabria tra le regioni con maggiore presenza di aziende bio, seguite da Puglia e Basilicata. Il quinto posto è dell’Emilia Romagna. Seguono Toscana, Lazio e Marche.
I canali di distribuzione dei prodotti sono diversi: la vendita diretta, i Gas, i negozi specializzati bio e a negozi tradizionali, ma i prodotti sono sempre piu? presenti anche nel circuito della grande distribuzione organizzata [Gdo], e non si tratta soltanto del fresco. L’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione stima che dalla Gdo sia passato
il 45 per cento degli acquisti bio regionali, contro il 26 per cento dei negozi specializzati e il 9 per cento della vendita diretta effettuata dal produttore. Il restante 20 per cento del
mercato è fatto dai gruppi di acquisto solidali e dal dettaglio tradizionale. Il valore complessivo del mercato biologico italiano, dice Coldiretti, sfiora ormai i tre miliardi di euro.
Quanto alla cosiddetta filiera corta, un vero boom, come ha ampiamente raccontato Carta negli ultimi mesi, è quello dei Gruppi d’acquisto solidale. I dati restano incompleti, perché molti Gas non sono censiti, ma la cresciuta complessiva è stata del 66 per cento in tre anni. A fine 2008 sono noti 479 Gas [oggi sono probabilmente un migliaio], che raccolgono migliaia di nuclei familiari e singoli cittadini. In aumento sono anche le aziende che fanno vendita diretta e gli agriturismo bio. Ottime notizie anche per chi vuole consumare pasti bio fuori casa: a fine 2008 sono almeno 360 i ristoranti e agriturismo con ristorante che presentano menu? biologici. Inoltre, nel giro di dieci anni le mense scolastiche che servono pasti bio da meno di 70 sono diventate quasi 800. Considerando un calendario scolastico di duecento giorni, lo scorso anno sono stati serviti 197 milioni di pasti bio. Continuano a crescere, infine, i mercatini bio [piu? 8 per cento in tre anni], ma anche questo dato, come dimostrano le segnalazioni nelle pagine del «buen vivir» su Carta, negli ultimi mesi è in evidente crescita.
Dall’agricoltura bio al commercio equo: il fatturato totale delle botteghe del mondo [il principale canale di diffusione dei prodotti equi e solidali, poichè attraverso di loro si genera la maggior parte del fatturato, circa il 56 per cento del totale] nel 2005 è stimato oltre 57 milioni di euro, mentre l’impatto occupazionale è di circa 1.600 lavoratori retribuiti ai quali si affianca un gran numero di volontari [almeno 4.400]. Le centrali di importazione in Italia sono undici [Altraqualità, Commercio alternativo, Ctm Altromercato, Ctm Agrofair, Equoland, Equomercato, Liberomondo, Macondo commercio equo e solidale, Ram, Roba dell’Altro Mondo e Scambi sostenibili], ma sono sempre di più le botteghe che promuovono progetti di importazione diretta. Il fatturato complessivo delle cinque più importanti centrali di importazione, nel 2006, è stimato dal rapporto Fair Trade in Europa 2007 in oltre 50 milioni di euro, di cui oltre 30 milioni è realizzato da Ctm Altromercato.
Chi sono invece i principali attori della «finanza solidale» in Italia? Secondo il sito finansol.it, sono Banca etica, il Consorzio assicurativo etico e solidale, CreSud; Ctm Altromercato, Etimos; Fondo Essere; Fondo Etico Le Piagge; Verso la Mag [Mutua per l’autogestione] Firenze, Mag Roma, Mag Venezia, Mag Verona, Mag2 Finance Milano, Mag 4 Piemonte,
Mag 6 Reggio Emilia, Microcredito Eccomi, Microfinanza Srl, PerMicro Spa, Progetto Se.me Firenze, Progetto Senapa microcredito molisano. Banca etica attualmente conta dodici filiali in otto regioni, ha poco meno di 30 mila soci che hanno depositato quasi 600 milioni di euro.
Importanti anche i numeri delle banche del credito cooperativo: al 2008 si contano in Italia 442 banche, 3.926 sportelli [in venti regioni] e soprattutto 900 mila soci. Banche po-
polari e banche di credito cooperativo rappresentano insieme il 22 per cento circa degli sportelli bancari del paese. A livello di impieghi concessi, si attestano intorno al 17 per cen-
to del sistema bancario, ma con tassi di sofferenza [2,9 per cento] – relativi cioe? a crediti non rimborsati – pari a quasi la metà delle altre banche. Questi dati, sostiene la ricerca, sembrano disegnare un modo di fare banca più vicino al territorio, paziente nella gestione del credito, «fatto di valutazione, erogazione e incasso meno condizionati da spinte com-
merciali e dalla rincorsa ad alti tassi di profitto».
Come è noto uno dei settori in grande espansione è quello delle energie rinnovabili, anche se il metodo più immediato ed economico che consente la riduzione delle emissioni di
sostanze inquinanti nell’atmosfera è il risparmio energetico [cioé la riduzione dei consumi con l’uso razionale e controllato delle fonti energetiche e il miglioramento dell’efficienza energetica], che pure è diventato fonte di reddito per molti. L’industria delle energie rinnovabili si sta sviluppando rapidamente, in Europa: il rapporto «Energia e ambien-
te» dell’Enel 2009 ricorda che tra il 1996 e il 2006 e? cresciuta del 44 per cento. Il mercato in maggior crescita è quello dell’eolico.Uno studio internazionale pubblicato del Wwf
a giugno 2009 sui lavori verdi [«Low carbon jobs for Europe», segnalato da Carta], mostra che almeno 3,4 milioni di posti di lavoro in Europa sono legati ai settori delle energie rin-
novabili, della mobilita? sostenibile e dei beni e servizi per l’efficienza energetica, contro i 2,8 milioni di posti di lavoro dei settori inquinanti, come attivita? estrattive, elettricità, gas,
cemento e industrie del ferro e dell’acciaio. I dati disponibili mostrano che in Europa circa 400 mila persone sono gia? impiegate nel settore delle energie rinnovabili, circa 2,1 mi-
lioni per la mobilita? sostenibile e oltre 900 mila in beni e servizi per l’efficienza energetica, in particolare nel settore edilizio. Questi impieghi includono, ad esempio, la produzione,
installazione e manutenzione di turbine eoliche, pannelli solari caldaie a biomasse, componentistica, o i lavori per il miglioramento dell’efficienza energetica negli edifici esistenti. Inoltre, ci sono circa altri 5 milioni di posti di lavoro in settori e impieghi correlati.
A fine 2008 risultavano installati in Italia 23.859 Megawatt di potenza da fonte rinnovabile per una produzione complessiva di 60.427,4 Gigawatt/ora, il 18,2 per cento della produzione elettrica nazionale. Nel 2008, quanto a produzione di energia da fonte rinnovabile nei paesi Ue, l’Italia e? quinta dopo Germania, Svezia, Francia e Spagna.
Negli ultimi dodici anni, la produzione totale di energia elettrica da fonte rinnovabile in Italia ha seguito un percorso di crescita con picchi e regressi, ma dal 2007 al 2008 si è registrato un incremento di oltre il 21 per cento. Di certo, negli ultimi anni si e? verificato un notevole aumento delle «nuove» fonti rinnovabili [eolico, biomasse/rifiuti e solare]. Sebbene incidano ancora limitatamente sul totale [il contributo dell’eolico e? pari all’8 per cento, quello delle biomasse e dei rifiuti al 10 per cento e quello del solare allo 0,33 per cento], queste fonti hanno registrato tassi di crescita costanti. Un vero boom si è registrato nel 2008 per la fonte solare, la cui produzione e? salita in un anno di circa il 395 per cento. Cruciale per l’espansione del fotovoltaico e? stato il Conto Energia, che permette a chi installa impianti fotovoltaici di godere di incentivi. Per quanto riguarda la fornitura di impianti fotovoltaici di grande taglia, molto discussi [Carta 36/09], il primato spetta a Vestas, con quasi il 50 per cento del mercato.
Secondo l’Associazione italiana solare termico, anche il mercato dell’energia solare termica e? in crescita: tra il 2006 e il 2007 il mercato e? cresciuto del 77 per cento, e nel 2008 il giro d’affari è stato di 400 milioni di euro. Il solare termico darebbe oggi lavoro a circa 10 mila persone.
E il mondo dell’informatica alternativa? Secondo i dati di SourceForge.net – uno dei più importante portali a proposito di open source – nel novembre del 2006 gli utenti
italiani risultavano al terzo posto per accessi alla sua piattaforma, dietro agli statunitensi e ai tedeschi.
La presenza di un’intensa attività sul fronte dell’open source nel nostro paese è confermata dai sulle diverse «comunità» [come i gruppi di supporto al sistema operativo Linux e le comunità di sviluppatori Java]. Le imprese di cui è nota o presumibile l’attività nel campo dell’open source sarebbero 1.541: si tratta di aziende piccole, il cui fatturato si distribuisce per lo più sotto i 500.000 euro annuali, con una media di sette addetti.
Secondo il rapporto Istat «Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese» 2008 sono il 12,9 per cento le imprese che adottano sistemi operativi liberi. La aggiore penetrazione si registra fra le aziende più grandi, raggiungendo il 42,5 per cento tra le imprese con oltre 250 dipendenti. Il ricorso a soluzioni open source sembra essere una pratica ormai abbastanza presente anche nelle amministrazioni locali [è adottata da tutte le Regioni e da oltre i tre quarti delle Province].
Insomma, tra le medio-piccole imprese a rischio chiusura nei prossimi sei mesi, che secondo il Forum della Piccola industria che si è svolto nei giorni scorsi a Mantova, sarebbero almeno una su tre [cioe? circa un milione], e di cui il governo non si occupa, non sembra proprio ci siano quelle dell’altra economia.

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