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Agricoltura biologica, l’Altra economia italiana

5 settembre 2006

Agricoltura biologica, l’Altra economia italiana

Guglielmo Ragozzino
inviato a Bari

Al centro di Sbilanciamoci c’è un’economia diversa, un’altra economia. Ma l’Altra economia è solo commercio equo e solidale? Non c’è anche dell’altro? E se sì, di cosa si tratta? Intorno a queste domande si è svolta una delle più interessanti discussioni del forum di Bari, diretta da Alberto Zoratti, vicepresidente dell’Agices, e Gianni Dalena della Pax Christi barese. La prima riflessione è stata quella di Giorgio Dal Fiume, presidente di Ctm Altromondo. «Il commercio equo e solidale in Italia, che vale oggi 110 o 120 milioni, è ormai uscito dalla sua nicchia. Entriamo in un contesto diverso, dobbiamo solo scegliere come diventare adulti». Il come farlo provoca discussioni e tensioni interne. La nostra parte di movimento ritiene che autoridursi a fornitori di pochi prodotti da regalo, in botteghe specializzate, sia un errore. Quella italiana è «una media impresa con più di cento addetti, un ente economico». La sfida proposta è quella di «umanizzare l’economia», puntando al benessere collettivo, anziché al profitto privato. Dal Fiume rivendica una discendenza nobile, da cento e più anni di movimento cooperativistico. Raccogliendo anche quella esperienza politica e di lavoro, ecco che il ruolo del fair trade non riguarderà più soltanto un aiuto fraterno agli sfruttati delle campagne del terzo mondo, ma anche i prodotti del Mediterraneo e perfino italiani. «Non solo cioccolata-regalo, ma anche prodotti diversi, biologici, veri agenti di cambiamento».L’accenno al biologico è come un assist per Nino Papalia, presidente Icea. Parla del ruolo forte e sconosciuto del produttore biologico nell’agricoltura pugliese. E poi la domanda cruciale: «Vogliamo salvaguardare il territorio o no?». E’ un problema che misura le distanze culturali, non solo fisiche, che esistono nella società che si ritiene informata. Le terre fertili del Canada potrebbero bastare, con il raccolto di un anno, per i consumi mondiali di due anni. (Papalia forse esagera, ma l’assunto è chiarissimo). «O ci concentriamo nei luoghi più fertili e abbandoniamo il resto del mondo, o facciamo un’altra scelta». Cosa diventerebbe il nostro territorio e «il senso di comunità del nostro territorio» senza l’agricoltura? Il biologico è una soluzione: inteso come una produzione «senza veleni», ma non solo. Esiste una federazione mondiale dell’agricoltura biologica, cui partecipano 108 paesi, che recentemente ha indicato in un testo le buone ragioni del biologico. Sono la salute, connessa a cibo buono e di alta qualità, l’ambiente, difeso e conservato solo dall’agricoltura non inquinante, la giustizia sociale che consente alle comunità rurali del mondo di migliorare la propria condizione di povertà. Infine l’associazionismo e la cooperazione che servono per salvare a un tempo gli agricoltori e perfino la terra intera.Quando il microfono tocca a Tonino Perna di Altraeconomia, che sul Fair trade ha scritto anche un libro (ed. Bollati Boringhieri), in molti pensano che dirà la sua sul commercio equo e sul resto. Invece Perna alza molto il tiro e critica il pensiero unico liberale dilagante che raggiunge a volte lo stesso contrafforte di un’economia diversa come il manifesto. Il commercio equo non può prescindere dai prezzi amministrati; anzi non dovrebbe essere lecita una concorrenza sui prezzi perché, con il falso scopo di proteggere i consumatori, essa erige invece gli oligopoli in ogni piega della società. Trent’anni fa - spiega Perna - era in corso un trend di sviluppo industriale insieme civile. Poi questo insieme si è spezzato e ora si assiste a una crescita delle merci a valore d’uso negativo, come droga e armi. Incombe infine un terzo fenomeno: la riduzione a merce del patrimonio comune. In estrema sintesi, Perna fa sua una lettura di Braudel sullo scontro tra mercato e capitalismo che ha l’extraprofitto come motore. Infine una proposta: una tassa che scoraggi le merci a valore d’uso negativo (ambientale e sociale), per far crescere solo l’economia reale e utile a produttori e consumatori, contro le economie criminali e/o finanziarizzate.P.S. Nell’articolo di ieri su Sbilanciamoci siamo incorsi in uno strafalcione che vorremmo poter attribuire alla correzione automatica di Bill Gates, scrivendo «per incentivare il lavoro a tempo determinato» invece che «indeterminato». Chiediamo venia ai lettori.

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