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BENVENUTI NEL REGNO DELLA NESTLE’

25 novembre 2008

Siamo abituati a pensare al potere come a qualcosa che si possiede. In realtà il potere è qualcosa che si riceve e non da Dio o da altre forze soprannaturali, ma dai sudditi.
I generali riescono a condurre le loro guerre non solo perché hanno al loro seguito un esercito di soldatini obbedienti, ma anche perché migliaia di operai accettano di costruire armi.
I tiranni riescono ad imporre le loro dittature non solo perché dispongono di poliziotti pronti ad eseguire qualsiasi rappresaglia, ma anche perché molti preferiscono tacere.
Gli avidi creano ingiustizia non solo perché hanno al loro servizio delle schiere di ragionieri, direttori e capi-squadra disposti a fare trionfare il sopruso, ma anche perché i consumatori comprano tutto senza problemi.
Dunque ogni volta che andiamo a fare la spesa dobbiamo ricordarci che attraverso questo gesto semplice ed apparentemente banale che è il consumo, rischiamo di renderci complici dei peggiori misfatti, non solo per lo sfruttamento e il danno ambientale che può essere racchiuso nel prodotto che compriamo, ma anche perché diamo denaro e consenso a coloro che possono essere responsabili di tanti altri abusi umani e sociali.
Ma attenzione! È necessario avere questa consapevolezza non per creare degli sterili sensi di colpa, ma per diventare consumatori responsabili che pretendono di usare il consumo come uno strumento per condizionare le imprese. Perciò, quando andiamo a fare la spesa ricordiamoci anche che siamo potenti e che le imprese sono in una posizione di profonda dipendenza dal nostro comportamento di consumatori. Noi, infatti, con i nostri acquisti abbiamo la possibilità di fare salire o scendere i loro profitti.

1. L’irresistibile ascesa del latte in polvere

Nel secolo scorso è dilagato l’uso di alimenti per neonati. Un esempio è dato dal Cile: la percentuale di neonati allattati al seno è crollata dal 95% al 20% nel periodo 1950-1970. Altro esempio in Nigeria. dove i bambini venivano allattati fino all’età di circa quattro anni; con l’avvento degli alimenti artificiali, l’allattamento al seno smise, nel 70% dei casi, alla età di quattro mesi. In entrambi i casi le donne credevano fermamente ai vantaggi del latte in polvere e dicevano di essere state consigliate dal personale medico. Questo cambiamento di costumi è dovuto all’influenza esercitata dai produttori di latte in polvere. Questi, infatti, pubblicizzano il latte in polvere non come un sostituto del latte materno nei casi estremi in cui esso non possa essere usato (madre deceduta o gravemente malata, abbandono), ma come simbolo di progresso e di salute a priori. Oltre a distribuire cartelloni pubblicitari recanti immagini di bambini sani e paffuti negli ospedali, le ditte produttrici si mettono in contatto con i medici locali. Organizzando corsi e seminari per il personale sanitario fanno entrare in uso i loro prodotti negli ospedali. I rappresentanti delle ditte arrivavano a fingersi infermieri per convincere le donne incinte a comprare il prodotto commercializzato. In questo sono molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche (spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle ditte produttrici).

2. Questione di marketing

Una delle più redditizie tattiche di marketing usate è di dare gratis il latte per bambini o i sostituti agli ospedali e ai reparti maternità. In molti casi, viene dato abbastanza latte perché tutti i bambini nati all’ospedale siano allattati con il biberon. Alle madri viene spesso dato anche un barattolo campione da portare a casa. Dare il latte con il biberon ai neonati fa sì che il latte materno venga progressivamente a mancare e l’allattamento al seno diventi impraticabile. Di conseguenza il bambino diventa dipendente del latte artificiale. Una volta a casa, le madri non ricevono più il latte gratis, ma se lo devono comprare. Da questo nascono da una parte i profitti della multinazionale, dall’altra malattie e denutrizione con le loro spaventose conseguenze per i neonati.

Tecniche di marketing irresponsabili
I campioni gratuiti agli ospedali sono solo una strada per dare ai bambini il latte artificiale. Comunque, Nestlé e molte altre compagnie adoperano molte altre tattiche per persuadere le madri ed il personale medico a preferire l’allattamento artificiale. Queste includono:

Promozione del latte per bambini al personale medico
Le compagnie sanno che, persuadendo il personale medico a raccomandare il loro latte, ottengono un appoggio determinante. Ciò è molto più efficace che convincere le madri singolarmente: un medico, con la sua autorevolezza, influenza fortemente i comportamenti delle madri, quindi convincere un medico significa assicurarsi praticamente tutte le sue pazienti. Inoltre il tempo dei medici viene sprecato in visite di rappresentanti invece di essere usato per scopi più proficui. Le compagnie, in più, spesso distribuiscono informazioni tendenziose ai medici: queste sono le uniche che molti riescono a ricevere.

Pubblicità negli ospedali
Praticamente tutte le madri possono allattare al seno se vengono loro forniti i giusti avvertimenti ed aiuti. Ma la loro fiducia verso l’allattamento naturale è minata dall’aggressiva pubblicità del latte in polvere. La pubblicità del latte per bambini nelle corsie o attraverso la distribuzione di volantini negli ospedali, implica inoltre la complicità del personale sanitario.

Pubblicità latte per il proseguimento
Il latte per il proseguimento è giudicato dall’Assemblea Mondiale per la Sanità come "non necessario" e non salutare per i bambini sotto i 6 mesi. In molti paesi Nestlé e le altre compagnie consigliano sull’etichetta e nelle loro pubblicità il "latte per il proseguimento" per i bambini a partire da 4 mesi.

Disorientamento delle madri e del personale medico
Chiamando e confezionando il suo latte per il proseguimento nella stessa maniera in cui chiama e confeziona il latte in polvere. In Pakistan, ad esempio, il latte per il proseguimento viene spesso erroneamente prescritto per i neonati.
Influenze sui governi che vogliono proteggere l’allattamento al seno per legge

3. "Vendita all’incanto"

Le multinazionali sono molto potenti e riescono ad esercitare un’influenza considerevole sui governi. La pressione esercitata dalle società per il latte in polvere ha ritardato e indebolito la legislazione da parte di molti governi e ha convinto le altre compagnie che l’industria può regolarsi indipendentemente dalla legislazione dei governi.
Molte compagnie produttrici di latte in polvere, tra cui Nestlé, Gerber, Milco, Nutricia, Milupa, Humana, Abbot, Plasmon, Mellin, Mead Johnson e Wyeth, violano il Codice Internazionale. Il numero di infrazioni registrato per ogni compagnia non dipende dalla loro particolare "cattiveria", ma dalle quote di mercato che controllano in ogni paese. Nestlé, la multinazionale più potente del mondo nel campo agro alimentare, vende il 25% dei suoi prodotti nel Sud del Mondo e controlla circa il 35-50% del mercato globale del cibo per bambini, indirizzando tendenze di marketing che influenzano le altre ditte. Nestlé ricorre a irresponsabili tecniche di marketing - violando il Codice Internazionale redatto da UNICEF e OMS - più spesso di ogni suo concorrente.

4. Sostiene l’UNICEF

Al Nord molti pensano che il latte in polvere sia migliore di quello materno, arricchito com’è di sali minerali e vitamine. Studi approfonditi hanno però confermato l’intuito del buon senso millenario: L’allattamento al seno è il miglior modo per iniziare la vita: è gratuito, salutare e protegge dalle più comuni infezioni, inclusa polmonite, infezioni alle orecchie e gastroenterite, e ha un importante effetto immunitario. Persino in Inghilterra, un bambino allattato con il latte artificiale è esposto 10 volte in più a malattie di tipo gastrointestinali rispetto ad un bambino allattato al seno.
Ma nelle società povere ¬ sostiene l’UNICEF ¬ i bambini allattati artificialmente sono 25 volte più esposti alla morte di quelli allattati al seno.
Per quanto possa sembrare paradossale, la prima ragione è da ricercarsi nella denutrizione dovuta al fatto che molte famiglie guadagnano troppo poco per attenersi alle dosi prescritte. Ad esempio le famiglie delle regioni agricole dei paesi dell’Est Europeo, quando le madri non allattano, spendono circa il 70% dei loro averi nel latte artificiale (International Child Health, 1996), così come una donna argentina, che spende 50 dollari al mese per comprare il latte in polvere, potrebbe acquistare, con gli stessi soldi 15 chili di carne, 75 chili di agrumi e 50 chili di verdura (Breastfeeding: the best investiment, WABA 1998).
Pertanto non deve stupire se il latte è annacquato diverse volte più del prescritto, con il risultato finale che i bambini, lungi dal crescere belli e robusti, diventano rachitici e sottopeso fino a morire.
La seconda ragione per cui l’allattamento al biberon uccide è la mancanza di igiene. L’acqua con cui il latte è preparato è spesso malsana ed è impossibile sterilizzare biberon e tettarelle senza la comodità del fornello e senza disinfettanti.
Mamme con pochi soldi, poche comodità e poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all’aria, su cui si posano di continuo decine di mosche. Le inevitabili conseguenze sono infezioni intestinali che provocano diarree mortali.
Secondo l’UNICEF, ogni anno muoiono un milione e mezzo di bambini perché non sono allattati al seno.

5. La campagna d’Italia

In Italia, la Nestlè arriva nel 1913, costituendo la “Henri Nestlè” ed aprendo lo stabilimento di Abbiategrasso nel 1924 per la produzione di latte condensato e farina lattea. Ma la storia come grande impresa comincia nel 1988, quando acquisisce, dalla “Cir” di Carlo De Benedetti, la Buitoni-Perugina, per una cifra di 1.600 miliardi di lire. Anche da noi partiranno una serie di acquisizioni e fusioni che la renderanno leader nel settore alimentare: la Perrier, grazie alla quale ha acquisito i marchi di acqua minerale Vera, San Bernardo e una quota della Compagnie Financiere du Haut-Rhin (Cfhr), grazie alla quale nel ’97 ha acquisito il gruppo San Pellegrino-Garma (Sanpellegrino, Levissima, Recoaro, Pejo, Fiuggi, Panna, Claudia e San Bitter), cosi ora la multinazionale controlla circa il 25% del mercato italiano; nel ’93, approfittando della privatizzazione dei prodotti del gruppo Sme, la Nestlé aggiunge alla sua ricca tavola i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza e Oggi in Tavola; grazie all’acquisizione di Italgel, il cui pacchetto di controllo (62%) è costato 437 miliardi di lire, fa salire il fatturato della divisione italiana a 3765 miliardi di lire e consente alla multinazionale svizzera di entrare, anche in Italia, nel panorama dei gelati e dei surgelati. Infatti, secondo un vecchio patto tra multinazionali alimentari, al colosso di Vevey fu assegnato il diritto di sfruttamento del marchio Findus in diversi paesi europei ma non in Italia dove è tuttora in mano alla concorrente Unilever.
Nel nostro paese il gruppo svizzero conta 24 stabilimenti con circa 7 mila dipendenti e controlla, oltre a quelli già citati, i marchi Smarties, Kit Kat, Galak, Lion, Crunch, After Eight, Quality Street, Rowentree, Cailler, Toffee, Polo, Fruit Joy, Orzoro, Latte condensato e cioccolato Nestlé (dolci), Nestea, Beltè, Spumador (bevande), Vismara, King’s (insaccati), Sasso (olio), Berni (conserve), Locatelli, Mio, Fruttolo, Fiorello (latticini), Pezzullo (pasta), Maggi (cucina generale), Friskies, Buffet (cibi per animali) e naturalmente il famigerato latte in polvere per neonati Nidina e i boicottati Nesquik, Nescafè e Nespresso (autentici portabandiera della multinazionale elvetica).

6. La politica e le "sirene" del libero mercato

Ovviamente, a questa strategia di ampliamento commerciale, è corrisposto un forte aumento di peso politico. La Nestlè fa parte di ERT, un’associazione europea creata per rappresentare gli interessi delle multinazionali in sede europea e fa parte pure di EuropaBio, associazione che raggruppa le industrie con interessi nel settore delle biotecnologie, il cui scopo è d’intervenire a tutti i livelli per legittimarne l’impiego. Inoltre, secondo alcune fonti, finanzia fortemente entrambi i partiti americani, tanto che per la campagna presidenziale del 2002 avrebbe “investito” 153.000 dollari, destinati per il 23% al Partito Democratico e per il restante 77% al Partito Repubblicano.
Una volta chiarite le dimensioni dell’azienda e ripercorso un po’ la sua storia, cominciamo a parlare delle sue nefandezze. Nel 1989, in Brasile, i lavoratori di una fabbrica di cioccolato inscenarono uno sciopero per denunciare le condizioni di lavoro penose, la discriminazione nei confronti delle donne, la mancanza di adeguati indumenti protettivi e di adeguate condizioni di sicurezza. In breve tempo quaranta operai furono licenziati, compresi quasi tutti gli organizzatori dello sciopero. Nel 2002, l’agenzia Oxfam rivelò che la Nestlé aveva fatto causa all’Etiopia per 6 milioni di dollari. L’Etiopia, uno dei paesi più poveri del mondo, si trovava in un periodo di carestia che metteva in pericolo la vita di oltre 11 milioni di persone. La Nestlé chiedeva un risarcimento per un’azienda del settore agricolo di sua proprietà, nazionalizzata nel 1975 dal regime marxista di Mengistu. basti pensare che un solo anno di vendite realizzate da Nestlé è pari a 8 volte il PIL della misera Etiopia. Nel dicembre del 2002 Nestlè ha accettato di accordarsi con le autorità etiopi per ricevere 1,6 milioni di dollari. Nel 2005, la Nestlé Purina commercializzò tonnellate di cibo per animali contaminato nel Venezuela. I marchi incriminati includevano Dog Chow, Cat Chow, Puppy Chow, Fiel, Friskies, Gatsy, K-Nina, Nutriperro, Perrarina e Pajarina. Morirono oltre 500 fra cani, gatti, uccelli e animali da allevamento. Il problema fu attribuito a un errore di un produttore locale che aveva immagazzinato in modo scorretto il mais contenuto in tali cibi, portando alla diffusione di un fungo tossico nelle riserve. Nel marzo del 2005, l’Assemblea Nazionale del Venezuela stabilì che la Nestlé Purina era responsabile a causa di insufficienti controlli di qualità, e condannò l’azienda a risarcire i proprietari degli animali intossicati.

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