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Rifiuti zero - "Acquadolce"
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Per una raccolta differenziata

Rifiuti zero

un’utopia realizzabile

28 settembre 2005

Premessa
Anche a Nettuno si comincia a parlare di TERMOVALORIZZATORE (vedi convegno di sabato 25 giugno 2005 nella “Sala degli specchi” del Paradiso sul mare ad Anzio, articolo de “IL GRANCHIO” n. 26 dell’8-07-05). E’ il caso di fare una riflessione anche all’interno del Comitato su questo problema che pare sia presentato come alternativa alla riduzione ed alla raccolta differenziata, riducendo il problema dei rifiuti solamente ad un discorso di schieramento” inceneritori si, inceneritori no”.

L’Associazione Culturale e Promozione Sociale “ ACQUADOLCE” di Nettuno si è fatta carico del problema, cercando di fare una ricerca, sicuramente non esaustiva, teorica e tecnica per tentare di chiarire alcuni punti sul problema dei rifiuti.

Partiamo dal presupposto che affidare la gestione dei rifiuti solo ad inceneritori e discariche è una soluzione destinata ad incontrare forti resistenze popolari chiunque la proponga. Chi vuole contendere il governo del paese al centro-destra deve saper indicare con chiarezza con quali scelte e progetti si intende promuovere un’alternativa. Se si vuole uscire dalla logica del bruciare tutto o seppellire tutto bisogna ripartire da un intervento forte sul modello di produzione e dei consumi, in altre parole sul modello di sviluppo. Per ridurre i rifiuti, raccoglierli in modo differenziato e riusarli bisogna costruire un progetto che sia capace di incidere sul concetto di crescita, superando l’idea che la `famosa’ ripresa dipende solo da una ripresa dei consumi, qualunque essi siano. È necessario, insomma, mettere in campo un radicale progetto di cambiamento della società. La critica che in genere si fa alle proteste popolari contro gl’inceneritori è quella della mancanza di chiarezza e di ”pragmatismo”, cioè la mancanza di un progetto alternativo cui riferirsi.

Il problema della gestione dei rifiuti è incentrato sul tema ormai trentennale delle “quattro R” (Riduzione, Raccolta differenziata, Riuso, Riciclaggio).

La parola “termovalorizzazione” racchiude in se una serie di ambiguità spacciate per affermazioni tecnico-scientifiche. Il Termovalorizzatore è in sostanza un inceneritore caratterizzato da una tecnologia complessa che deve avere degli attributi ben precisi per risultare remunerativo sul piano economico, e, a meno che non si voglia mettere in discussione il “secondo principio della termodinamica”, * deve provvedere al problema delle dispersioni, delle emissioni e degli scarti in modo sostenibile per l’ambiente:

1. deve essere di grandi dimensioni e quindi per alimentarlo non solo bisogna aumentare a dismisura la produzione di rifiuti in clamorosa contraddizione con le priorità del decreto “Ronchi” e dell’UE, quindi deve importare rifiuti anche da fuori;

2. bisogna scoraggiare il più possibile la raccolta differenziata che sottrarrebbe combustibile alla “megamacchina”;

3. l’incenerimento è un formidabile business: la termovalorizzazione sfrutta la conversione della massa rifiuti in energia, quindi chiunque venga a disporre di un impianto (visto che siamo in regime di privatizzazione sfrenata accettata trasversalmente da gran parte delle forze politiche sia a destra sia a sinistra) opera in regime di monopolio, con un combustibile che non è un costo, ma addirittura un ricavo, cui si aggiungono ingenti guadagni dall’energia elettrica e dall’acqua calda e soprattutto incentivi impropri dello Stato perché i rifiuti sono considerati energia rinnovabile, per cui l’energia prodotta viene pagata ad un prezzo triplicato. Sarebbe il sogno di ogni imprenditore.

Visto che sull’articolo de “IL GRANCHIO” si è parlato del Termovalorizzatore dell’ASM di Brescia possiamo prenderlo come modello della nostra analisi e vedere quali sono i dati scaturiti dalla nostra ricerca.

L’esperienza di Brescia: il modello ASM

Dopo sei anni di funzionamento dell’inceneritore Asm si possono tirare fondate e conclusive valutazioni su quest’esperienza pilota. Innanzitutto, l’inceneritore ha prodotto una formidabile impennata nella produzione dei rifiuti pro capite, collocando Brescia ai vertici della graduatoria delle province `immondezzaie’ (nel 2002, Kg/giorno 1,62 in provincia e addirittura 2,01 Kg nel comune capoluogo, un 50% in più della media nazionale di Kg/g 1,34, esattamente il doppio dei bacini `virtuosi’ del Veneto, che fanno la raccolta domiciliare `porta a porta’, quasi tre volte l’obiettivo europeo di Kg/g 0,82) ed ha richiamato a Brescia l’importazione di rifiuti da tutta Italia (solo quelli speciali diretti all’inceneritore pari a oltre 120.000 tonnellate nel 2001). Per quanto riguarda la raccolta differenziata, Brescia, da una posizione di primo piano che occupava meno di un decennio fa, è andata a collocarsi con un modesto 26,5%, al penultimo posto della graduatoria della Lombardia, che vantava già nel 2000 una media del 32%. Anche l’aumento che si è registrato nel 2002 con il 30,24% in provincia e il 37,30% in città (o 39% per il 2003) è del tutto irrilevante, perché è stato sostanzialmente annullato dal corrispettivo aumento del rifiuto prodotto. Così, a partire dal 1995, il quantitativo globale di rifiuti conferiti non differenziati, non solo è stato affatto scalfito, ma è continuamente aumentato (da 431.497 tonnellate nel 1995 a 467.715 nel 2002), per cui a Brescia di fatto è come se non si fosse fatta la raccolta differenziata, in quanto a mala pena questa è riuscita ad assorbire l’aumento abnorme dei rifiuti assimilati agli urbani. Basterebbe il confronto con i bacini Padova 1, Treviso 2 e Treviso 3, dove si pratica il `porta a porta’, con una produzione del rifiuto pro capite a solo 1 kg/giorno e una raccolta differenziata oltre il 60%, per dar conto del fallimento su tutta la linea dell’esperienza bresciana. Applicando il `modello Veneto’ a Brescia dovremmo smaltire poco più di 150.000 tonnellate di rifiuti all’anno, mentre il `sistema integrato, installando un inceneritore di 500.000 tonnellate, induce uno smaltimento aggiuntivo di 350.000 tonnellate di rifiuti (parte per sovrapproduzione interna, parte per importazione da fuori provincia). E veniamo ora all’impatto ambientale, considerato irrilevante per gli impianti di ultima generazione. Stiamo parlando dell’inceneritore più grande d’Europa collocato nella città che `vanta’, in una zona adiacente all’impianto, una contaminazione ambientale storica da Pcb e diossine (qui ha operato l’unica azienda produttrice di Pcb in Italia, la Caffaro), probabilmente superiore a quella registrata a Seveso, per cui a oltre 10.000 abitanti è stato interdetto qualsiasi contatto con il terreno (giardini, orti, parchi, ecc. Cfr. www.zonacaffaro.it). Ebbene, questo inceneritore sta funzionando senza che vi sia mai stata una valutazione di impatto ambientale (Via); anzi, la Via non è stata effettuata neppure per la recente installazione della terza linea (e per questo l’Unione europea, come è noto, ha attivato la procedura di infrazione). Nel dettaglio tecnico, ci limitiamo in questa sede a considerare le emissioni dei Pcb, parenti stretti delle diossine, contaminanti supertossici, non biodegradabili, bioaccumulabili, di cui Brescia, come si è già detto, soffre una contaminazione eccezionale.
L’Arpa recentemente ha indagato i Pcb presenti nelle polveri dell’aria di Brescia (ma analogo discorso si può ipotizzare anche per le diossine): innanzitutto si nota che le concentrazioni medie di Pcb nelle polveri della città sono almeno 100 volte più elevate di quelle di controllo di tre località non industriali della provincia; è quindi più di un’ipotesi che un contributo a questo inquinamento da Pcb dell’aria della città venga proprio dall’inceneritore, se i Pcb rilevati mediamente nell’aria di una zona della stessa risultano essere 75 Pg/Nm3 (picogrammi per metro cubo di aria), mentre dall’inceneritore escono, secondo la media delle rilevazioni fatte dall’Istituto Negri nel 2003, ben 40.080 Pg/Nm3 di Pcb, quindi quasi 600 volte di più della concentrazione presente nell’aria cittadina, circa 60.000 volte di più dell’aria delle tre località di controllo. Ma quelle emissioni di Pcb (come pure quelle delle diossine pari a circa 8 Pg/Nm3) vanno moltiplicate per oltre 3 miliardi di Nm3 all’anno in uscita dal camino dell’inceneritore per dare l’idea di quanti se ne accumulino ogni anno in ambiente. Ma la cosa che appare ancor più sconcertante è che l’Unione europea, nel quadro della Direttiva Ippc, sulla «prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento» ha indicato recentemente il valore limite per impianti di combustione finalizzati alla produzione di energia e funzionanti con combustibile solido, del tutto analoghi quindi all’inceneritore Asm di Brescia, in 50 Ng/Nm3 (nanogrammi per metro cubo di aria) di Pcb. Ebbene questo limite di 50 Ng/Nm3 è stato abbondantemente superato con emissioni di Pcb fino a 108,30 Ng/Nm3 nel novembre 2002 e 188,8 nel luglio 2003 (dati due-tre volte superiori, quindi, a quel valore limite).
Considerazioni altrettanto preoccupanti si potrebbero sviluppare per le emissioni di polveri ultrasottili, di ossidi di azoto o altri contaminanti Nel momento in cui a fine ciclo si colloca un inceneritore, l’esperienza di Brescia dimostra che si innesca inevitabilmente il cortocircuito che porta ad un’impennata della produzione dei rifiuti e alla mortificazione della raccolta differenziata, con il corollario di enormi sprechi di materia e di un carico inquinante che il fragile ambiente del Belpaese non è in grado di sopportare.A questo punto non è un problema di sola tecnologia ma di filosofia di comportamento.

Una proposta: un piano quinquennale

Come uscire dalla trappola dei rifiuti

Non sarà possibile uscire dalla trappola in cui siamo caduti, con la continua produzione, in Italia, di 100 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti, se non si lancia un grande piano quinquennale per il ricupero di tutto quanto è possibile dai rifiuti, cioè dalle merci e dai materiali usati.
L’esperienza mostra che le proposte di moltiplicare le discariche o di diffondere inceneritori, con qualunque nome contrabbandati, sono insostenibili. È sempre più difficile trovare spazio - cave abbandonate, valli isolate - in cui creare nuove discariche: è sempre più evidente che le discariche di rifiuti sono masse di materiale `vivente’ in continua trasformazione per anni, che liberano, in tale trasformazione, gas, liquami, sostanze nocive, durature fonti di inquinamento.
È sempre più difficile trovare consensi per la costruzione di nuovi inceneritori che si rivelano fonti di inquinamento dell’atmosfera, che lasciano una rilevante massa di `ceneri’, cioè di residui solidi suscettibili di liberare, per contatto con l’acqua delle piogge o del sottosuolo, sostanze tossiche.
La salvezza può essere cercata soltanto nella separazione delle varie componenti dei materiali e nel loro riciclo nella massima quantità possibile. A parole, anche le norme europee, anche il cosiddetto `decreto Ronchi’, sostengono la necessità del riciclo, ma la risposta delle amministrazioni locali, delle aziende del pattume, delle imprese, è limitatissima e il riciclo resta per ora una grande utopia.
Il presente breve intervento si propone di indicare alcune vie di lavoro, un `piano’ che richiede anni e la mobilitazione di studiosi, di inventori, di imprese, lungo vie difficili, che richiede tempo e una nuova forte capacità di pressione popolare nel nome di un’Italia meno insostenibile dell’attuale.

Nessuno diavoletto maxwelliano può salvarci

Gli ostacoli al riciclo si possono riconoscere nel carattere dei rifiuti. I rifiuti sono sostanzialmente merci usate: residui della vita domestica, macchinari usati, automobili ed elettrodomestici abbandonati, residui di processi industriali, residui delle attività agricole e agro-industriali, materiali di risulta delle demolizioni degli edifici, eccetera. Ciascuna `merce’ o `oggetto’ contiene dei materiali - carta, vetro, plastica, metalli, gomma, materie organiche, eccetera - che, in via di principio, si dovrebbero poter ricuperare. Purtroppo ciascun processo che trasforma una materia prima in merce comporta una contaminazione del materiale originale, della materia prima.
Prendiamo il caso dei giornali, costituiti da carta addizionata (contaminata) con inchiostro: è del resto l’inchiostro che porta con sè l’informazione, la notizia, il `servizio’ che la merce-giornale rende all’acquirente.
Se avessimo un `diavoletto di Maxwell’ a (simile a quello suggerito per l’energia) capace di separare ogni particella di inchiostro da ogni fibra di carta, potremmo recuperare (e riutilizzare) il 100% delle fibre della carta e delle particelle di inchiostro. Non solo tale `diavoletto di Maxwell’ delle merci non esiste, ma i produttori di ogni merce si affannano a modificare, a fini commerciali, le materie prime originali quanto più possibile con sostanze contaminanti, il che rende ancora più difficile il loro riutilizzo. Georgescu-Roegen b aveva ben parlato, sia pure ironicamente, di un `quarto principio’ della termodinamica, che spiega come anche la materia si degrada da un passaggio all’altro, dalla natura ai fabbricanti, ai consumatori, il che ne rende sempre più difficile il recupero in forma di nuovo utilizzabile.
Per esempio la carta è addizionata con sostanze di carica, collanti, materie plastiche, coloranti, inchiostri vari, punti metallici, gomme, eccetera, tutti da eliminare per ottenere carta nuova, la cui massa è inevitabilmente inferiore a quella della carta usata immessa nel processo di ricupero..
Lo stesso vale per il vetro: se si trattasse del materiale di cui parlano i libri di merceologia - il prodotto di fusione di calcare, soda, sabbia, feldspato - per rifusione non sarebbe difficile ottenere altro vetro. Ma il vetro, per soddisfare presunte domande dei consumatori, è addizionato con altri sali, con altri agenti, con coloranti, eccetera, variabili da fabbricante a fabbricante, il che rende sempre più difficile il riciclo: dal riciclo del vetro colorato si ottiene vetro colorato più scuro, di più scadente qualità e accettabilità merceologica. Il vetro dei tubi fluorescenti e dei video televisivi è contaminato da agenti tossici ed è difficilmente lavabile e ricuperabile, eccetera.
Lo stesso vale per le materie plastiche: se i manufatti che arrivano al consumatore contenessero il politene o il Pet o perfino il Pvc, il loro riciclo, pur difficile, sarebbe possibile; ma negli oggetti commerciali di plastica i polimeri di base sono addizionati con plastificanti, coloranti, additivi, eccetera, che ne rendono difficile, talvolta praticamente impossibile, il ricupero. Da qui il successo delle campagne di vendita degli inceneritori, presentati come `unica’ soluzione alle difficoltà di riciclo.

Alcuni obiettivi di un piano quinquennale

Il primo punto della presente proposta di piano quinquennale per il riciclo presuppone una mobilitazione per conoscere i caratteri, i materiali e gli additivi presenti nei rifiuti delle attuali merci (carta, alimenti, tessuti, indumenti, imballaggi, vetro, materiali da costruzione, fili elettrici, eccetera), e degli attuali macchinari (frigoriferi, termosifoni, autoveicoli, televisori, computer, eccetera).
Si tratta di un’impresa difficile, perché bisognerebbe prima sapere come sono fatti e che cosa contengono le merci e i macchinari; e le imprese non solo non sono disposte, in via di principio, a `svelare’ i loro `segreti’ industriali - e figuriamoci di quali `segreti’ si tratta! -, ma spesso i fabbricanti stessi non sanno quello che usano. Se esistesse un governo che opera pro bono publico, sarebbero i governanti a raccogliere informazioni sulla composizione delle merci in circolazione. In assenza di un intervento pubblico il successo dell’impresa dipende dalla collaborazione di quella parte delle strutture di ricerca universitarie e pubbliche che è disposta a lavorare nell’interesse dei cittadini, dalla collaborazione delle organizzazioni dei lavoratori, dalla circolazione di conoscenze disponibili in altri paesi, dalla creazione, insomma, di un archivio merceologico sulla composizione delle merci e dei materiali in circolazione e dei relativi rifiuti. Una volta esisteva un `dizionario di merceologia’; adesso sarebbe auspicabile la pubblicazione di un `dizionario di merceologia dei rifiuti’: forse sarebbe anche un successo editoriale! Il lavoro in questa fase del primo punto potrebbe essere molto facilitato se esistessero dei laboratori chimico-merceologici in grado di analizzare le merci in circolazione, i `rifiuti’ generati dai vari processi di produzione e di `consumo’, e di dare suggerimenti su come migliorare la raccolta separata. Un sottoprodotto di questa parte del piano quinquennale sarebbe rappresentato dall’aumento delle informazioni utili per migliorare la sicurezza e le condizioni di lavoro dei lavoratori nell’ambito dei processi produttivi, la sicurezza dei consumatori nei confronti dei prodotti commerciali con cui vengono a contatto. L’indagine, infine, offrirebbe elementi conoscitivi per un controllo sulle sempre più frequenti dichiarazioni di `ecosicurezza’, sulle `ecoetichette’, eccetera, basate su informazioni `riservate’ fornite dai fabbricanti e sulla cui veridicità i consumatori non hanno alcuna possibilità di verifica

Come migliorare la raccolta separata dei rifiuti

Ai fini della produzione di nuove merci dalle merci usate, l’auspicata migliore conoscenza delle merci e dei rispettivi rifiuti è essenziale per migliorare la raccolta separata dei rifiuti da usare come materie `seconde’ di nuovi processi produttivi. Si tratta del secondo punto del piano: l’elaborazione di una serie di indicazioni - una specie di pedagogia - per spiegare che la raccolta separata dei rifiuti è opportuna, ecologicamente virtuosa, e utile all’economia e all’occupazione, ma che può essere efficace soltanto adottando varie precauzioni. Bisogna, per esempio, spiegare come la raccolta separata va fatta, quali oggetti non devono essere messi nella campana del vetro o della carta o della plastica. Bisogna spiegare che i rifiuti raccolti separatamente sono destinati ad essere materie prime, o `seconde’, per altri cicli produttivi, i quali hanno le loro esigenze tecniche (e anche commerciali), che hanno bisogno di essere alimentati con materie omogenee: che basta una piccola quantità di sostanze estranee per rendere inutilizzabile una partita di carta o di vetro o di plastica. Per inciso, questa pedagogia farebbe anche crescere una cultura industriale così scarsa in questo paese di letterati, avvocati e sofisti. È un’esperienza comune che molte pur generose iniziative di volontariato, o molte imprese di raccolta separata e offerta delle merci da riciclare vanno incontro all’insuccesso.
Molte fabbriche ormai operano producendo merci dai rottami e dai rifiuti (l’impiego di rottami di ferro è stata anzi la prima impresa di successo già nel secolo scorso e ha contribuito a fondamentali innovazioni nella tecnica siderurgica). L’insuccesso di molte iniziative di riciclo sta nel fatto che i materiali ricavati da una raccolta separata rudimentale e non informata e organizzata non vengono accettati, perché sono troppo contaminati o di qualità scadente o generano altre scorie e rifiuti inquinanti nel corso del riciclo. Le imprese che acquistano e riciclano rottami e rifiuti trovano ormai sul mercato partite di merci usate, rottami e rifiuti non solo, spesso, a prezzo basso, in particolar modo di importazione, ma soprattutto omogenee come qualità, di composizione ben definita, per il cui trattamento possono attrezzare appositi processi produttivi in grado di fornire merci riciclate di qualità omogenee e accettabili dal mercato Il secondo punto del piano presuppone quindi un concreto aiuto, educativo e informativo, prima ancora che monetario, agli sforzi di raccolta separata in modo che il materiale raccolto sia corrispondente alle necessità di materie `seconde’ richieste dalle industrie di riciclo. Per molte di tali materie `seconde’ esistono ormai degli standards merceologici ben precisi, ma molte organizzazioni di raccolta separata non sono in grado di fare analisi o di controllare la composizione delle merci raccolte separatamente che offrono in vendita. Occorre pertanto migliorare i rapporti, anche culturali e di informazione, della catena consumatori-raccoglitori-riciclatori.

Come trasformare i rifiuti in nuove merci

Il terzo punto del piano dovrebbe prevedere un aumento delle conoscenze delle tecniche di riciclo, cioè di produzione di nuove merci dalle materie `seconde’. Si tratta di una grande sfida di innovazione tecnico-scientifica e imprenditoriale, l’unica, allo stato attuale, in grado di imprimere una svolta alla produzione industriale e di contribuire all’aumento dell’occupazione.
Se può essere di qualche incoraggiamento, vale la pena di ricordare che molte delle tecniche attuali sono nate da una domanda di smaltimento dei rifiuti: ho già ricordato che la crescente disponibilità di rottami ferrosi ha portato all’abbandono del trattamento della ghisa con i convertitori Bessemer e all’invenzione dei forni Martin c, e poi dei forni a ossigeno (per la lavorazione di rottami e ghisa insieme), e poi all’invenzione del forno elettrico, che produce acciaio praticamente solo dai rottami. Nella prima industria della soda col processo Leblanc il ricupero di materiali dai residui di solfuro di calcio ha portato a una diminuzione della richiesta di zolfo; la tecnica messa a punto allora viene oggi usata per eliminare i gas solforosi e produrre zolfo dal gas naturale. L’immissione di rottami di vetro nella fusione ha permesso di diminuire il consumo (e il costo) dell’energia; gli esempi potrebbero continuare ed è ben vero che il passato è prologo! Per realizzare questo terzo punto è necessario esplorare a fondo la tecnologia attuale ed eventualmente anche processi abbandonati e oggi applicabili a materie seconde: ancora una volta si tratta di diffondere, anche nelle scuole, una cultura industriale e merceologica, senza la quale la cosiddetta `educazione ecologica’o `ambientale’ finisce per essere costituita da un elenco di buone intenzioni. Un quarto punto, infine, dovrebbe essere affrontato dalle autorità europee e nazionali e consiste nello stabilire degli standards di qualità delle merci riciclate. Proprio perché costituiti da materiali che sono già passati attraverso una o più operazioni di produzione, di trasformazione e di `consumo’, spesso i rifiuti destinati al riciclo sì `portano dietro’contaminanti, anche in piccola quantità, che possono finire nelle merci riciclate e diventare fonti di nocività e di danno per la salute dei consumatori. L’introduzione di standards di qualità per le merci in vista del riciclo e per le merci riciclate rappresenta un salto rispetto al concetto di qualità attualmente diffuso, `alla giapponese’, che tende a introdurre modificazioni per rendere più accettabili e vendibili i prodotti, indipendentemente dalla utilità sociale e dall’effetto sull’ambiente e sulla salute

Una rivoluzione culturale

Gli standards di qualità per le merci e per i manufatti, necessari per una società se non sostenibile almeno meno insostenibile, dovrebbero essere basati sui principi della maggiore durata, della più lunga vita utile, e della possibilità di riutilizzo e di riciclo.
L’identificazione, la diffusione e l’accettazione di tali norme di qualità sono importanti e difficili: i fabbricanti - cioè coloro che, almeno in parte, potrebbero suggerire come modificare i propri cicli produttivi - sono i primi ad essere vincolati al `credo’ della produzione di merci sempre meno durature, a vita breve, sono loro che alimentano mode effimere, oggetti usa-e-getta, che credono che il successo nel mercato stia nel continuo cambiamento dei prodotti, senza alcuna preoccupazione per quello che succederà alla fine della loro vita utile. Eppure sia gli imprenditori, sia i lavoratori dovrebbero rendersi conto che siamo di fronte ad una terza rivoluzione industriale e che solo l’uso più razionale delle materie prime e dell’energia consentirà la sopravvivenza degli affari e del lavoro.
Non c’è tempo abbastanza: se fosse ragionevole l’orizzonte di cinque anni suggerito per il `piano’ qui indicato, dovremmo fare i conti con una massa di rifiuti aumentata di un altro mezzo miliardo di tonnellate( cemento, ferro, plastica, imballaggi, carta, scarti alimenti e conciari, eccetera.) E se i governi, come sembra, non hanno nessuna voglia di attuare quel cambiamento pur dichiarato nelle leggi dello Stato, occorre far crescere un `movimento di liberazione’ dai rifiuti.

Note

* il secondo principio della termodinamica dice che “ non è possibile trasformare completamente in lavoro il calore prodotto da una sorgente a temperatura più bassa”(postulato di Kelvin)

Bibliografia

“ Primo: il modello dei consumi” di Massimo Serafini - La rivista n. 54/2004

“L’opzione zero di Roberto Musacchio e Patrizia Sentinelli - La Rivista n.54/2004

“Un piano in cinque anni” di Giorgio Nebbia - La Rivista n.54/2004

“L’incenerimento: una non soluzione” di Marino Ruzzenenti - La Rivista n. 54/2004

Lettera a P. Tait di J.C. Maxwell

“la Teoria cinetica della dissipazione dell’energia” di W. Tomson

“Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile” di N. Georgescu Roegen - Bollati Boringhieri- Torino 2003

“Termodinamica” di Enrico Fermi - Boringhieri

RIFIUTI: OPZIONE ZERO

Un’utopia realizzabile

a cura di

Associazione Culturale e Promozione Sociale Acquadolce

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